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MALACRESCITA

1 Luglio 2018 | 21:00 - 21:30

tratto dalla tragedia “La Madre: ’i figlie so’ piezze ’i sfaccimma”
con Mimmo Borrelli

musiche in scena Antonio della Ragione
oggetti di scena, elementi e spazio scenico Luigi Ferrigno
testi e regia Mimmo Borrelli
disegno luci Gennaro Di Colandrea
produzione Associazione Culturale Sciaveca
collaborazione al progetto Luigi Ferrigno, Placido Frisone, Enzo Pirozzi, Tobia Massa
si ringraziano Teatro Mercadante Stabile di Napoli, Eti-Teatri del Tempo Presente 2009, Primavera dei teatri di Castrovillari 2009, A.S.D “Il Centro”

La storia è quella di tale Maria Sibilla Ascione: ignara e innocente bambina, nel nome già destinata ad una condizione di metà Vergine innocente, metà Maga, strega furente; poiché segnata nelle mani, dove in particolare nel palmo di quella sinistra, la mano del cuore, le linee di forza della vita, della morte e della prosperità, si uniscono a formare una M che la legittima (secondo le credenze pagano-contadine) ad avere un rapporto taumaturgico spirituale con i Morti e dunque praticare riti di guarigione da malocchio, fatture ecc…
Costei è figlia di un noto camorrista del casertano, le cui origini materne (i nonni contadini e fattucchiari, maghi) la riportano a Cuma, nei pressi di Torregaveta… lì dove secondo la leggenda e le testimonianze di Virgilio, risiedeva la dimora della famosa veggente.
Il padre dunque è un noto proprietario terriero dedito alla coltivazione, nei suoi appezzamenti infinitamente disseminati tra Mondragone, Villaricca, Villaliterno, Casal di Principe, del cosiddetto oro rosso (pomodori), senza disdegnare però (siamo nei primi anni Sessanta) di tanto in tanto il ben più redditizio smaltimento clandestino dei rifiuti tossici provenienti dalle industrie del nord, in cave abusive ricavate da alcune delle sue stesse tenute. Tale traffico illecito comincia difatti a fruttargli un’immane giro di danaro, ed acquisire un immenso potere tra tutti gli affiliati.
La bambina viene segnata dalle barbarie maschili fin dall’età di sette anni, quando il padre stesso per ignoranza e vuoi anche ingenuità, nella corsa patriarcale all’accaparramento sempre più spasmodico e frenetico di ricchezza, potere, e voglia di proliferare maggiormente anche col raccolto, inizia “pompare” i propri succitati ortaggi dal rosso e nefasto colore, pigmento foriero di sventure, poiché della stessa parvenza del sangue, in tal caso con degli estrogeni formidabili che ne accelerano la crescita in pochi giorni. Ignaro però degli effetti collaterali che questi possono avere su di una creatura di pochi anni e nel pieno dello sviluppo: ovvero la piccola Maria Sibilla figlia di appena sette anni, la quale mangiando spesso tale frutto in miriadi di salse e molto spesso, ne acquisisce rapidamente le stesse sintomatiche accelerazioni della crescita, determinandole un afflusso di mestruo precoce.
Innocenza segnata nella vendetta, vendetta segnata dal sangue, tra pareti esterne delle cave oscure dell’utero femminile, fin dall’infanzia.
La nostra bambina cresce diventando una bellissima, intelligente, arguta adolescente, affascinata dal luccichio impolverato della curiosità libresca. Avviandosi agli studi di medicina, e alla pratica del canto lirico al conservatorio, insomma, si rifugia in una vita inebriata dagli studi, per dimenticare l’inaccettabile: essere figlia di un despota dedito alla distruzione ed allo sfruttamento dei suoi sudditi, devoti picciotti, delle sue terre e della povera gente, ovvero i suoi figli che ne subiscono le angherie, più spicciole, ma anche quelle future dovendo vivere in una terra infeconda macerata da scorie, portatrici insane di tumori, cancrene, avvelenamenti di ogni sorta. La famiglia, la stirpe sprofonda sempre più lentamente nella discarica di un genocidio inconsapevole.
Ma è a questo punto che arriva l’Anticristo, il Giasone risorto dai libri di scuola, tale Francesco Schiavone detto Sandokanne: intraprendente bulletto di periferia determinato e disposto a tutto, per favorire la sua ascesa al potere, tra le fila delle cosche camorristiche. Di costui Maria si innamora perdutamente e per lui compie ogni misfatto.
La poverina per lui dunque distrugge se stessa e la sua famiglia uccidendo il fratello e facendo morire di crepacuore e collera il padre, fugge via e si nasconde straniera ed esule a Cuma, la terra dei suoi nonni dove però vi ritorna esule, scacciata e perseguitata da tutti. Qui nella sua latitante clausura rimane incinta. Nove mesi di vomitevoli strazi mentre Sandokanne come un gallo sull’immonda “compostata” aia del tradimento, intrattiene fughe amorose con diverse donne del
paese, senza curarsi della poverina che come un utero deposito della sua prole di futuri delinquenti, commercianti di eco-balle, si ritrova nel “medeo” e forse anche amletico dubbio di uccidere quei figli che sono anche e soprattutto suoi, poiché è lei a portarli in grembo. Anche se un grembo insozzato da un seme che non riconosce più come magico, amoroso e fertilizzante divino, ma come veleno letale da sputar via dalle grandi e piccole labbra stesse della propria vagina, ustionata e scottata da un amore mal corrisposto, come un bolo catarroso di muco verdastro.
Non hai saputo far la madre questa brutta crescita è figlia del tuo malriuscito modo di esser prima donna poi mamma. Nonostante queste parole terribili del marito in momenti di euforata ubriachezza, Maria si fa di nuovo abbindolare, da false promesse e porta avanti la gravidanza.
Nonostante anche i tentativi di aborto, mediante espedienti sia magici che medici, pensati, mai messi e fino in fondo sommessi in atto, alla fine partorisce due gemelli.
A questo punto però, la poverina con i due neonati al seno, scoprendo che le promesse del marito sono ricadute nel vano di nuove bugie e marachelle fedifraghe, riconsidera il suoi intenti abortivi non messi in atto e maledice Dio e la sua fede riposta in lui, per non averla spinta a tale scellerato intento, che di nuovo ricomincia a trapassargli pensieri e onirici ossessi. La madre assassina sopita e aggressiva, la parte maschile sempre segregata ed erroneamente riposta nel subconscio del femminile dalla bigotteria della fede: viene fuori. Viene fuori il mostro … colui che è segnato da Dio e di cui bisogna sempre avere paura. Maria in un momento di follia … attribuendo all’invidia ed alla fascinazione maligna e non alla cattiva denutrizione, la colpa di un latitante turgore dei seni, dunque di una mancanza del latte materno in periodo di allattamento: decide e comincia ad allattare o meglio avvinazzare periodicamente, ritualmente come in una messa pagana i figli neonati di parto gemellare per l’appunto con del vino. Ignara o forse anche conscia degli effetti disastrosi che l’alcoolico nettare dall’uva pigiato provoca poi in seguito ai nascituri, in un caldo ed afoso pomeriggio estivo prende una bottiglia ed attua il suo piano, determinando nei pargoli un degradamento di sindrome feto-alcolica che comporta: la testa deforme il labbro leporino, gli occhi storti, un ritardo cognitivo e seri problemi mentali gravi. Riducendoli in due mostri completamente scemi e distruggendo così definitivamente la stirpe di Sandokanne-Giasone pur senza ammazzarli.
Nel testo originale, è la madre sopravvissuta la quale è condannata raccontare ormai esule, barbona e sola le sue insane gesta ai propri gatti, gli unici figli che le sono rimasti, di cui si circonda per farsi compagnia: qui invece capovolgiamo il punto di vista, immaginando che tutti i protagonisti di questa storia siano ormai defunti e gli unici sopravvissuti agonisti giullari, diseredati, miserabili, siano i due figli, i due scemi che dementi rivivono i fatti tra versi, ricordi, rievocando le pulsioni, gli umori, i suoni, le urla, i mormorii della loro aguzzina … vestendo ed espiando attraverso i suoi lerci ed ammuffiti abiti gli intenti e i moniti di colei che li ha lasciati al mondo, ma abbandonati, come dei rifiuti, messi da parte, in disparte, come le discariche ricolme di vegetazione innaffiata dal percolato, rinchiusi tra le pareti di un utero irrorato di solitudine, dove l’unico gioco rimane e consiste nel rimbalzarsi, tra gli spasmi della loro degenerata fantasia, tra le folli trame insanguinate di questa tragedia, sul precipizio di un improvvisato altare tombale di bottiglie eretto in nome della loro mamma, ’u cunto stesso … la placenta, l’origine della loro malacrescita. MIMMO

Mimmo Borrelli: attore, poeta, cantante, drammaturgo. Dall’età di 18 anni “sopravvive” artisticamente attraverso numerose e intense collaborazioni con le molteplici piccole-grandi realtà dell’intricato panorama del Teatro napoletano e non, come quelle con Franco Branciaroli, Antonio Ferrante, Marzio Honorato, Davide Iodice, Claudio Longhi, Nello Mascia, Franco Però, Mario Santella, Patrizio Trampetti e con il Teatro Stabile di Torino. Durante i primi anni della sua carriera dà inizio a intense collaborazioni da attore e burattinaio, intrecciando l’esperienza di cantante attore con quella del teatro di figura di strada, nonché dei Pupi napoletani e delle “guarattelle”, oltre l’intensissima attività in tantissimi piccoli teatri napoletani: le vere e proprie botteghe teatrali di questa città, dove ha conseguito la sua “praticale formazione”.
Si afferma come autore grazie al Premio Riccione dove (unico caso) vince consecutivamente per due volte di fila riscuotendo grandi consensi tra i giurati quali Franco Quadri, Luca Ronconi, Renata Molinari, Ottavia Piccolo, Maria Grazia Gregori, Roberto Andò, Vittorio Sermonti. È stato ritenuto da critici di fama – come lo stesso Franco Quadri, Renato Palazzi, Gianfranco Capitta, Gerardo Guccini, nonché Gianandrea Piccioli – il “più grande drammaturgo italiano” degli ultimi anni (Renato Palazzi). Borrelli è approdato felicemente alla regia ed al totale operato da capocomico, poiché anche viscerale e intensissimo interprete dei suoi testi, attraverso l’ultimo successo, “La Madre: ’i figlie so’ piezze ’i sfaccimma”. Lo spettacolo, prodotto dallo Stabile di Napoli, ha riscosso un enorme successo di pubblico e critica al Teatro San Ferdinando. Attualmente, collabora in maniera attiva con il Teatro Mercadante (Stabile di Napoli), nonché con la propria compagnia “Marina Commedia Società Teatrale” di cui è presidente e socio fondatore.

Per informazioni e prenotazioni: Biglietteria Teatro Alfieri (Asti) 0141.399057 | 0141.399040
T
utti i giorni con orario continuato 11-16

Biglietti disponibili anche online sul sito www.bigliettoveloce.it

Biglietti:
10 euro intero
7 euro ridotto abbonati stagione Teatro Alfieri e over 65, possessori di Open e Kor Card
5 euro ridotto studenti under 25

Abbonamenti:
Abbonamento a 20 spettacoli: 100 euro
Abbonamento a 10 spettacoli: 50 euro
Speciale abbonamento a 5 spettacoli riservato a ragazzi under25: 20 euro
È disponibile la card “AstiTeatro under18“, riservata ai giovani sotto i 18 anni, che dà diritto a 5 ingressi gratuiti.

Dettagli

Data:
1 Luglio 2018
Ora:
21:00 - 21:30
Sito web:
www.astiteatro.it

Organizzatore

Asti Teatro
Telefono:
0141.399057
Email:
info@astiteatro.it
Sito web:
www.astiteatro.it

Luogo

Spazio Kor
piazza San Giuseppe
Asti, AT 14100 Italia
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